Fratricidio

Non rientra nelle abitudini editoriali dell'Associazione recensire o riprendere articoli di quotidiani o riviste anche di settore a sostegno del proprio argomentare , ma la consapevolezza che l'articolo di Repubblica , da noi riproposto in copia,si proponeva oltre all'informazione anche la massima diffusione della notizia, ci ha suggerito una sua riproposizione chiosata e contestualizzata alla realtà locale.

Un richiamo fatto da uno Scrittore ad un’ Europa cosi attenta a legiferare sull'effimero , a pesare un granello di senapa e disquisire spesso sul nulla , a sanzionare con teutonica tetraggine, il richiamo di uno spirito naturalista cui sta a cuore l'ambiente e al suo interno le categorie del Creato meno tutelate e difese. O meglio, tutelate e difese dalle lobby lo sono e con quale vigore! ma con fini tutt'altro che protezionistici.

Non è - quello esposto - un problema che possa riferirsi a qualche particolare regione, quanto piuttosto ad abitudini consolidate a tradizioni che tempi non del tutto lontani potevano giustificarsi nel fondamento primario della fame.

Quella fame atavica che spingeva le popolazioni rurali a mettere in atto tutte le forme per la caccia della selvaggina, fosse questa di pelo o di piuma come è in uso dire nel raffinato lessico venatorio.

L' articolo per quanti avranno la costanza e il desiderio di leggerlo, è sufficientemente esauriente sulle modalità di questo tipo di “caccia” (più appropriato il termine predazione con inganno ), sulle conseguenze per l'avifauna, per le ripercussioni nella catena della vita ma aggiungiamo noi , anche un convincente ed implacabile atto di accusa al legislatore.

Ma , commentiamo , il legislatore si muove seguendo precise indicazioni, chinandosi ai desiderata dell' “associazionismo venatorio” e - all'interno di questo - a coloro che trovano in questa forma di prelievo un moto di “ gratificazione e di compensazione individuale ”.

Nessun territorio ne è esente, non vi è una sezione cacciatori che rinunci al “ privilegio” consentito dalla legge di allestire un capanno di caccia e dotarlo di richiami ; non è casuale, per quanti percorrono il bosco anche alle quote basse, anche in zone del tutto aperte alla frequentazione, imbattersi in costruzioni informi e sgraziate apparentemente simili alle latrine militari dell'anteguerra. In effetti nessuna indulgenza è data all'aspetto estetico tanto meno alcuna concessione all'ingentilimento o alla semplice cura di questi manufatti rudimentali e squallidi, realizzati con i più eterogenei e variopinti materiali, spesso risulta di ex ricoveri per animali.

D'altra parte suonerebbe probabilmente stonato attrezzare queste postazioni e addolcirle considerato che il loro scopo è quello di esercitare appostati , mimetizzati , motivati , pronti e ben armati , l' “arte” venatoria.

Eppure i Regolamenti Comunali qualcosa prevedono in materia; ad esempio che tali manufatti , assimilati a costruzioni e necessitanti di licenza, posseggano un requisito minimo di omogeneità e osservino il rispetto di standard costruttivi validi sull'intero territorio.

Quello che vediamo nel bosco o sul limitare , rappresenta una panoplia infinita di squallore! Legname dal marciume diffuso , lamiere, nylon, sacchetti di plastica , appoggiati a volte alla roccia , altre posizionati in depressioni o rialzi del terreno, a seconda della strategia del Clausewitz di turno, non di rado allestiti su piante monumentali, violate e intaccate nella loro integrità da improbabili scale in legno , “cambre” di ferro disposte a scalini. Quasi il frutto di un’infanzia riscoperta , l' azione combinata di novelli Ragazzi della Via Pal.

Anche queste dovrebbero essere disciplinate e controllate, Già, ma da chi?

Le immagini della baraccopoli raccontata dal regista Scola nel film “ Brutti sporchi e cattivi” rende a pieno l'immagine di ciò che le parole faticano ad esprimere.

Le pertinenze di queste postazioni da “cecchinaggio” sono ovviamente funzionali allo scopo: Un'ampia area sgombera dalla vegetazione (spesso frettolosamente abbattuta) per rendere libera la linea di tiro, una specifica piantumazione di specie vegetali particolarmente accattivanti per la fauna migratoria quali il Pasturino o Corbezzoli, studiata e posizionata conformemente al calibro dell'arma, alla capacità del tiratore, alla fretta di fare bottino.

Tutti accorgimenti finalizzati a garantire il successo della battuta che troverà compimento attorno al fuoco con gli amici, in esuberanti racconti di roboanti prodezze.

Se ciò non bastasse , alcuni vivacizzano l'eccitazione sportiva affiancandovi l'arte del richiamo. Come? Semplicemente utilizzando animali della stessa specie cacciata; in questo caso uccelli, utilizzati quale richiamo. “ Da canto melodioso a trappola fratricida “ : alla beffa si aggiungono le condizioni di vita degli animali allevati in cattività - forse acquistati o magari ( vedi le cronache ) predati nei nidi in primavera e non di rado costretti a “ vivere “ in anguste gabbie, spesso al buio, in spazi anche malsani e ristretti; e tutto per un loro impiego limitato a qualche settimana l' anno. Chi scrive ha avuto la ventura di visitare - obtorto collo – alcuni di questi luoghi, veri e propri luoghi di sofferenza.

Contro la caccia? In linea di massima si, pur nella consapevolezza che la salubrità e l'integrità delle specie animali passa anche, FORSE, attraverso la selezione operata dall'uomo. Però disciplinata, senza particolari accanimenti e soprattutto senza compiacimenti o manifestazioni eccessive di godimento che non di rado capita di ascoltare nelle conversazioni ; (sono innumerevoli in verità le barzellette e l'ironia che accompagna i racconti dei novelli Tartarin e dei pescatori in merito al carniere).

Decisamente avverso invece ad una caccia che annovera tra i soggetti da abbattere dei minuscoli esseri, privi di valore culinario (fatto salvo il ricorso alle mattanze realizzate con le reti – ma la tradizione non appartiene alla nostra Provincia ), un “prelievo” funzionale ad una personalissima gratificazione e forse all'affermazione di velleitarie qualità da “Sniper” (tiratori scelti), o peggio - e vorremmo si allontanasse anche il solo barlume del sospetto - la gratificazione per l'affermazione di una supremazia e perchè no, magari anche l'intimo godimento per una vita spezzata.

L'attività venatoria è disciplinata da legge provinciale, esiste una struttura di regolamentazione , controllo e sanzionatoria; è in essere la facoltà dei custodi e guardie forestali di vigilare e intervenire anche solo nell'ambito delle proprie specifiche competenze, ma tutto questo sembra gestito con le caratteristiche di una Pizzeria a conduzione familiare, laddove non esiste una netta distinzione dei ruoli ma soprattutto dove persistono manifesti conflitti nella catena delle competenze e delle funzioni: se non di interessi privati certo si tratta di inopportunità e cattivo gusto.

Al neo Assessore Dallapiccola il compito di eliminare ogni qualsivoglia dubbio sulla correttezza della catena di comando e controllo del comparto caccia.

Cordialmente

McCandless

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