Silvae silentes insegnavamo ed ammonivano i nostri progenitori culturali latini.
Con questo disegno di legge si dimostra il loro oblio ed i loro insegnamenti.

Art. 1

L’articolato proposto vuole effettuare l’ennesimo cadeau ad una esigua
minoranza della società civile, a danno e/o a discapito di tutti gli altri cittadini,
potenziali utilizzatori, per finalità diverse, della viabilità forestale.
Il DDL, da questo punto di vista, appare costituzionalmente illegittimo (art. 3
Cost.), in quanto opera un’evidente discriminazione con qualsiasi altro cittadino
che potrebbe avere motivo ed interesse ad utilizzare quella viabilità forestale
per ragioni sportive, di consumo del tempo libero, raccolta prodotti del bosco,
fotografia ed enne altre motivazioni.
Non solo, questa norma è altresì inaccettabile in quanto consentirebbe
all’iscritto all’associazione venatoria di utilizzare quella viabilità anche per
motivi estranei all’attività venatoria. Infatti, l’utilizzo compete all’iscritto, e
quindi non solo in pendenza di esercizio dell’attività de qua. Con evidenti
difficoltà di applicazione in termini di vigilanza sul corretto esercizio o meno del
diritto di che trattasi.
Oltretutto, la possibilità offerta ai diversi Comuni di stilare convenzioni ai fini de
quibus, determinerebbe contenuti ed articolati tanto diversi per ognuna delle
articolazioni territoriali comunali.
Art. 2

Altresì inaccettabile è l’estensione della viabilità forestale di tipo A anche a
cacciatori residenti nella Regione Trentino Alto Adige, invece che ai soli
residenti in provincia di Trento.

Art. 3

La possibilità di conservazione della fauna prelevata può essere attuata anche
attualmente senza detta previsione normativa attraverso la stipula di
convenzioni con le macellerie presenti sul territorio trentino.

Pare di poter dire che Babbo Natale è sempre in attività ( e non soltanto per un
giorno) nei confronti della componente venatoria. Con questo DDL si vorrebbe
che soggetti pubblici mettessero a disposizione (immagino in maniera gratuita)
strutture ad hoc ed inoltre che il governo provinciale stanziasse fondi pubblici
in misura del 50% della spesa per l’apprestamento dei centri di sosta.
Per cortesia, basta regali, o quantomeno…si facciano in maniera paritaria in
favore delle associazioni ambientaliste che coltivano interessi generali e non di
bottega.
Il Presidente: Adriano Pellegrini
Trento, 15 marzo 2019

Art. 1

1. La relazione al d.d.l. dichiara di porsi l’obiettivo di “aggiornare” l’impianto
sanzionatorio disciplinato dalla normativa in epigrafe.
Invero, trattasi di aggiornamento, quanto meno sul versante pecuniario, più
dichiarativo che effettivo. E’ sufficiente osservare che la perdita di valore della
moneta misurata tra l’anno 1991 (epoca di approvazione della norma) e quello
corrente è fatta pari al 88,04%. Questa dovrebbe essere la misura dell’aumento
per lasciare inalterata nel tempo l’entità della sanzione correlata all’illecito
amministrativo. Di fatto, la lievitazione della pena è di “circa il venti per cento”,
donde una riduzione della stessa di 66,04 punti.
Si appalesa incomprensibile ed inaccettabile la mancata previsione della
recidiva, e correlato inasprimento della sospensione del permesso annuale e
d’ospite per tutte le violazioni venatorie previste dall’art. 49 della L.P. 24.
Onestà intellettuale impone di riconoscere apprezzabile il tentativo,
quantomeno per le sanzioni disciplinari, di approntare un quadro sanzionatorio
a schem+a fisso capace di rimuovere quanto sembra avvenuto in passato e cioè
l’applicazione “domestica” della pena diversa a seconda delle persone
coinvolte.
2. Al fine di evitare interpretazioni difficoltose e/o errate, sarebbe opportuno
precisare, in armonia a quanto previsto dall’art. 8 bis della L. 24 novembre
1981, n. 689, che la recidiva si verifica in caso di reiterazione della violazione
nei cinque anni successivi dalla commissione dell’illecito precedente.
3. L’articolato sanzionatorio confligge con il dettato dell’art. 16 della L.
689/1981 in quanto non consente al trasgressore di accedere all’oblazione
optando per il pagamento della terza parte del massimo della sanzione o del
doppio del minimo edittale, se più favorevole. Invece l’articolato sanzionatorio
proposto conduce alla totale equiparazione tra l’una e l’altra possibilità. Es:
Sanzione lett. a), e così di seguito: 124 x 2 = 248; 744 : 3 = 248. Invece, ove si
aumenti il massimo o si diminuisca il minimo, si rende possibile la diversa
possibilità opzionale, secondo la ratio legis.
4. Non si comprende a quale “comma 2 bis” faccia rinvio il comma 5 dell’art. 1.
5. Quanto previsto dal comma 8 dell’art. 1, andrebbe anche applicato alle
violazioni della stessa natura commesse in caso di utilizzo di permesso d’ospite
giornaliero; altrimenti, i portatori di questo titolo di legittimazione, responsabili

delle violazioni elencate sub art. 1, rimarrebbero esclusi dalle sanzioni
disciplinari, invece previste per i soli titolari di permesso annuale o del
permesso d’ospite annuale.

Art. 2

Apprezzabile l’abrogazione della commissione disciplinare che ho sempre
qualificato quale commissione di…conciliazione, atteso che frequentemente
sono state irrogate incomprensibilmente (per altro verso del tutto
comprensibile…) sanzioni di diversa entità per la stessa tipologia di violazione.
L’attribuzione del potere di irrogazione della sanzione al dirigente del
dipartimento competente in materia di foreste trova la mia condivisione a
condizione, peraltro, che lo stesso non si trovi in condizioni d’incompatibilità,
riscontrabili qualora sia titolare di permesso annuale di caccia. In tal caso, deve
provvedere alla bisogna, suo sostituto nei cui confronti detta incompatibilità
non sussista.

Art. 3

Nessuna osservazione.

Il Presidente : Adriano Pellegrini

Trento, 14 marzo 2019

Sono Adriano Pellegrini, presidente dell'Ente Provinciale Protezione Animali ed Ambiente, ambientalista, con l'aggravante, in questi tempi, di essere un animalista, per la cui causa ho speso plurimi decenni del mio tempo.
Fatta questa premessa identitaria, per quanti non mi conoscono, dedicherò inizialmente parte del mio tempo e della vostra attenzione, a fare il punto sul regime di tutela giuridica accordata alla specie lupo.
Tutela molta ampia e variegata, cui purtroppo non ha mai corrisposto una concreta protezione dall'attività di bracconaggio significativamente attuata nei confronti della specie e dalle molteplici modalità di soppressione di cui risulta irresponsabilmente destinataria. La dimostrazione del mio dire è provata dalla circostanza che quasi mai troverete traccia giudiziaria di sentenze penali di condanna ex art. 30, comma 1, lett. b), della L. 157/92 per l'uccisione di lupi.
Quindi, specie animale iper protetta dall'ombrello normativo, in fatto assai poco efficace.
La specie ha ottenuto una prima forma di copertura con la Convenzione di Berna del 19 settembre 1979, ratificata dall'Italia con legge 5 agosto 1981, n. 503, il cui Allegato II annovera tra le specie di fauna rigorosamente protette il Canis Lupus. In successivo evolversi temporale la specie trova ulteriore e rinnovata protezione con la Direttiva Habitat 92/43, recepita dall'Italia con DPR 8 settembre 1997, n. 357 (sul quale mi soffermerò brevemente in seguito) il cui allegato D elenca le specie animali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa (tra cui, per l'appunto il lupo).
Di poi, non posso ignorare la Convenzione di Washington del 1973, recepita dall'Italia con legge 19 dicembre 1975, n. 874.
Va doverosamente citato il regolamento CE di applicazione della CITES del 9 dicembre 1996 n. 338/97) che include la popolazione italiana di lupo nell'Allegato A.
Da ultimo, va fatto doveroso richiamo dell'art. 2, comma 1, della legge 157/92 che inserisce il lupo tra le specie particolarmente protette.
Con evidente ed imperdonabile dilettantismo è stata approvata la legge ammazza orsi e lupi, la L.P. 11 luglio 2018, n.9, che avrebbe voluto attribuire al Presidente della Provincia (maledetto provincialismo) la possibilità di sopprimere esemplari delle specie anzidette. Invero, questa remota possibilità compete in via esclusiva – art. 11 del DPR 8 settembre 1997 n. 357 – al solo Ministero dell'ambiente con buona pace di capi e capetti della politica territoriale.
Davvero curiosa, per tacer d'altro, è l'articolata motivazione che compare nella leggina provinciale. Merita d'essere ricordata: "Per prevenire danni gravi ai boschi, al patrimonio ittico, alle acque". Non occorre essere degli affermati zoologi per escludere che orsi e lupi possano provocare gravi danni al bosco, alla fauna ittica, alle acque. Stendiamo un pietoso silenzio su questa dimostrazione d'intollerabile superficialità.
Fors'anche determinato da isterismo di qualche Sindaco, è stato prontamente attivato il Comitato per l'ordine pubblico e la Sicurezza presso il Commissario del Governo di Trento, donde l'avvio sul territorio di ronde dedite alla vigilanza. Anche, forse, senza volerlo, si è enfatizzata la paura nei confronti del lupo, in quanto è ragionevole argomentare che il messaggio veicolato alla popolazione è del tipo: Se ci sono le ronde, vi è un potenziale pericolo nei territori frequentati dalla specie.
Ed allora, è necessario e responsabile, astraendo da atteggiamenti fobici diffusi, porsi la domanda: Il lupo è pericoloso per l'uomo?
Ho sondato decine e decine di pubblicazioni, con atteggiamento terzo e neutrale, al fine di trovare una risposta all'interrogativo: Il lupo è, può essere, antropofago, e quindi pericoloso per gli umani?
Queste le altrui conclusioni che sottopongo alla vostra critica attenzione.
"Nel 2002, l'Istituto norvegese per la ricerca sulla natura (NINA) ha pubblicato lo studio "La paura dei lupi: una rassegna degli attacchi di lupo sugli esseri umani" che fornisce informazioni complete sul potenziale pericolo di lupi per gli esseri umani. Questo studio mostra che gli attacchi di lupi sugli umani sono molto rari di regola. Dalla metà del 20° secolo, sono noti 9 casi in cui le persone sono state uccise (nel mondo) da un lupo selvatico. I rispettivi lupi soffrivano di rabbia in 5 di questi casi. Negli altri 4, non è stato possibile accertare se gli animali fossero rabidi o meno. Gli attacchi di lupo agli umani possono essere attribuiti a tre cause: rabbia, provocazione e condizionamento del cibo. LCIE (Largi Carnivor Iniziativ for Jurop) gennaio 2002: "Italie. Il n'y a pas de cas documentès d'attaque de loups durant la période suivant la seconde guerre mondiale".
Luigi Cagnolaro, Mario Comincini, Adriano Martinoli, Aldo Oriani 9-10 ottobre 1992: l'Ultimo caso di aggressione di un lupo è del 1825, in provincia di Vercelli. Vorrei far notare che all'epoca, l'infezione rabida era assai diffusa, donde la possibile motivazione del comportamento aggressivo correlata alla mancanza di paura nei confronti dell'uomo.
Da Wolf-sachsen.de – (Studio tedesco). "Pericolo per gli umani. Come è noto, gli umani non sono la preda naturale dei lupi. Tuttavia, molte persone temono che questo potrebbe cambiare se i lupi sono molto affamati, non trovano più animali da preda o apprendono che gli umani non sono pericolosi per loro. Questa paura è infondata".
Studio di biologi, veterinaria e fisiologo della fauna, statunitensi. Attacco del marzo 2010 vicino al lago Chignik, ( Cig-nik leik ) in Alaska: Una Signora è stata trovata morta. Sui suoi vestiti sono state trovate tracce del DNA di 2 lupi, poi abbattuti. Tuttavia, sull'abbigliamento della signora sono stati trovati peli di cane. Domanda: Possiamo escludere che sia stata aggredita da cani e che poi i lupi se ne siano cibati? NO!
La morte di Kenton Carnegie ( Kenton Ca-neghei ), 29.09.2007, fatto accaduto in una provincia canadese. La frettolosa imputazione ha visto l'immediata colpevolizzazione del lupo, anche se altro biologo ne attribuisce la morte ad un orso nero (beribàl) Non c'è prova che l'aggressione sia imputabile al lupo. La notizia contiene mere deduzioni ed opinioni di cacciatori del luogo.
Da LCIE ( ): "La mancanza di studi scientifici formali è principalmente dovuta al fatto che i lupi solo raramente adottano comportamenti che potrebbero diventare pericolosi per la razza umana".
Avviandomi alla conclusione ritengo opportuno riportare il commento fatto recentemente da Diego Lonardoni, direttore del Parco Naturale Regionale della Lessinia (A proposito della presenza del lupo) si chiede: "Siamo sicuri che quanto avviene sui nostri monti non corrisponda a un beneficio per l'intero Veneto e la stessa Italia?"
Ed ora, i numeri. Ponendo a confronto i dati forniti dalla PAT (Rapporto Grandi Carnivori 2017 e 2018) si deve prendere atto che l' "invasione" da lupo non ha motivo di essere urlata: 38 erano i soggetti stimati (sia badi bene, STIMATI) nel 2017, 35 nel 2018 (sempre stimati). Ergo, un decremento di 3 unità. Per cui, tenendo conto della superficie della provincia e del numero di lupi presenti (o ritenuti tali) abbiamo una densità di 1 lupo ogni 17.734,28 ha. Ed allora, di che dovremmo occuparci e preoccuparci?
Una cara amica, che ringrazio, mi ha inviato una citazione dell'etologo Farley Mowat ( Farlei Movat)
) che, concludendo, mi compiaccio di condividere con voi: "Abbiamo condannato il lupo non per quello che è, ma per quello che abbiamo deliberatamente ed erroneamente percepito che fosse – l'immagine mitizzata di uno spietato assassino selvaggio – che, in realtà, non è altro che l'immagine riflessa di noi stessi".-

Adriano Pellegrini
Trento, 13 marzo 2019

Dopo decenni di onorato servizio, ora il nostro storico canile “ai Fiori” di Rovereto ha

veramente bisogno del vostro aiuto, amici, per ammodernarsi.

Non ci stiamo ad esser chiusi così, senza provare a farcela. Lo dobbiamo ai nostri “amici a quattro zampe”. La nostra voglia di aiutarli è la stessa di trent’anni fa, quando siamo nati.

Fino ad ora, sebbene fossimo consci del fatto che, col trascorrere del tempo, la struttura non ottemperasse più i vincoli delle normative attuali, abbiamo preferito utilizzare le esigue risorse disponibili per garantire il massimo benessere agli animali ospitati. Ma ora, purtroppo, questo limite strutturale è divenuto ostacolo alla nostra missione, che è anche la nostra passione: salvare i cani e aiutarli ad avere una vita migliore!

 

Per questo vi chiediamo un aiuto, nella speranza di raggiungere la somma necessaria per permetterci di tenere aperto il nostro canile (circa 20 mila euro).

Per donazioni:

beneficiario: PAN EPPAA

causale: aiuto al canile

Iban: IT16 R082 1020 8070 1200 0007 304

 

Grazie di cuore a tutti voi.

PAN-Eppaa – Canile “ai Fiori” di Rovereto

Serata di Informazione
Aula Magna del MUSE
13 Marzo 2019 - Ore 20.15

Sono privo di laurea in scienze forestali e, pertanto, derivatamente altrettanto privo di quello specifico sedime culturale che potrebbe derivarmi da quel percorso di studi. Farò in modo di sopperire con l’entusiasmo, l’interesse e l’attenzione che da sempre dedico ai valori naturali in generale.

L’evento calamitoso presuppone che siano messe in atto le seguenti misure:

  • Strutturali:    i proprietari dei boschi, pubblici e/o privati che siano, hanno bisogno di essere assistiti sia per la fase dell’esbosco, la messa a disposizione delle squadre a ciò deputate, la gestione della politica dei prezzi del vendibile e quant’altro correlato. Ai fini anzidetti appare opportuna la costituzione di un consorzio volontario (tra le due Province o tra le Comunità di valle colpite dall’evento o tra le ASUC coinvolte, etc.) che assuma la regia delle attività anzidette allo scopo di gestire modalità di esbosco, individuazione dei siti di stoccaggio, gestione delle squadre di boscaioli, fissazione dei prezzi di collocamento del legname e della biomassa residua, utilizzabile per teleriscaldamento e simili. Ove i singoli proprietari vengano lasciati soli nell’agire quotidiano se ne avvantaggerà soltanto la domanda: al crollo del soprassuolo, si accompagnerà anche il crollo dei prezzi, con tangibili effetti sulle entrate dei pubblici bilanci;

 

  • Temporali:   ultimate le operazioni di stima del soprassuolo divelto, da fare con la maggior sollecitudine ed accuratezza possibile, è di necessità stabilire un rigido calendario per le operazioni di esbosco da ultimare nel più ristretto e ragionevole lasso temporale. Questa necessità (ripristino dello stato dei luoghi, anche paesaggistico, contenimento della patologia vegetale (indotta da bostrico e da insetti scolitidi), presuppone  che le porte del mercato del lavoro siano aperte anche a squadre di esbosco di operatori sovranazionali;
  • Paesaggistiche: il mutamento/degrado del paesaggio costituisce una perdita di valore socio/culturale/storica. Il suo recupero, per quanto possibile, costituisce un impegno nei confronti dell’intera collettività. Il paesaggio non si guarda/osserva soltanto, vi si transita e lo si attraversa nella sua intimità valoriale. Pertanto, è indispensabile ripristinare al più presto la rete sentieristica che ne consente la sua fruizione da parte di diversi componenti della collettività sociale. A questi fini pare indispensabile affidare a SAT (e non solo) l’onere del ripristino, accompagnando detta decisione dalla speculare contribuzione per l’effettuazione delle opere necessarie. Si vede in positivo anche l’utilizzo di manodopera proveniente dal comparto delle organizzazioni dei lavori socialmente utili e dalla presenza sul territorio di migranti economici e non, in attesa delle destinazioni che li riguardano. Tutte dette entità ovviamente coordinate dai responsabili del corpo forestale;
  • Ricrescita e rimboschimenti:  ritengo che in armonia con la scelta gestionale della coltivazione naturalistica del bosco, si opterà per questa pratica, in luogo di procedere a dispendiose operazioni di rimboschimento manuale/artificiale. Tuttavia, esistono interventi che favoriranno, quanto al tempo, la ricrescita naturale, quali la preventiva movimentazione del terreno, effettuata con macchine cingolate, che agevola l’attecchimento del seme delle conifere ed altro. Per interventi, localizzati, di natura idrogeologica, quali, ad es., la difesa di un centro abitato, anche a prescindere dalle sue dimensioni, può effettuarsi un rimboschimento artificiale con piante di veloce attecchimento e crescita, il cui apparato radicale consolida con facilità (tipo betulla, salici, pioppo, ecc.). Questa momentanea barriera protettiva costituisce un  riparo fisico del centro abitato che lo difende da venti, fenomeni franosi e simili;
  • Gli incentivi economici:  ritengo errata l’eventuale imitazione dell’iniziativa adottata dalla finitima provincia altoatesina; cioè quella di corrispondere ai danneggiati un contributo finanziario di x € al mc per incentivare le operazioni di esbosco. Ciò ha provocato un ulteriore calo dei prezzi del legname, in quanto il venditore di quest’ultimo nella formazione del prezzo di cessione ha tenuto conto dell’inaspettata altrui contribuzione, tra l’altro nota anche all’acquirente, la cui offerta non ha ignorato quanto già introitato per detto titolo; evidente ed opportuno, invece, l’accesso ai fondi europei previsti in caso di situazioni calamitose;
  • Le agevolazioni pubbliche di supporto:  oggi ( e domani, difficile prevedere per quanti anni la biomassa schiantata non consentirà gli ordinari annuali tagli di legname (sia a motivo della mancanza di incremento del soprassuolo, sia a ragione dell’inutilità economica di farlo in un mercato in cui prevale abbondantemente l’offerta sulla domanda, anche per la perdurante crisi edilizia), i bilanci di molte amministrazioni comunali ed Asuc si troveranno ad essere in sofferenza a motivo della carenza/a volte inesistenza di flussi finanziari attivi prodotti dalle cessioni del legname. Inoltre, si troveranno nell’ineludibile necessità di farsi carico delle spese di esbosco e di ripristino ambientale. E’ quindi auspicabile che la PAT intervenga finanziariamente a titolo di contribuzione per consentire il sostenimento delle spese de quibus;
  • Interventi operativi:  anche compatibilmente con i costi d’esercizio è auspicabile una sollecita asportazione della ramaglia per evitare che sia di ostacolo alla rinnovazione naturale, donde il suo utilizzo per la produzione di cippato. Al fine di costituire un utile presidio contro il dilavamento ed i fenomeni franosi sembra opportuno riposizionare le ceppaie semi divelte ed ancora parzialmente ancorate al suolo;
  • Leva fiscale:  è materia che mi è più nota di altre, a causa di cinquant’anni di attività professionale. In tutti i casi di fenomeni naturali che si manifestano nell’ambiente, il Governo interviene nelle singole situazioni utilizzando i diversi sussidi finanziari, di volta in volta individuati e quantificati per ridurre e contenere i danni economici patiti. Parrebbe ragionevole che il Governo intervenisse invece  con normative di sistema, introdotte stabilmente nell’ordinamento giuridico tributario si da poterle attivare immediatamente, quanto a natura degli interventi, finanziandole specificamente in ragione dell’evento dannoso, quale che sia.

Tanto in via generale.

Nello specifico, vedrei con favore la possibilità da parte delle aziende costituenti la filiera del legno di poter operare, alla fine dell’esercizio 2018, e quindi con l’Unico 2019, una svalutazione delle proprie giacenze di magazzino, fiscalmente deducibile, allineando la valutazione della materia prima al prezzo del legno, sicuramente svalutato, post evento calamitoso. Questa deduzione, in caso di ulteriore ribasso del legno nell’esercizio 2019, dovrebbe essere consentito anche per l’esercizio successivo e così di seguito per ogni ulteriore frazione di riduzione.

Molteplici ulteriori possibilità possono essere attivate attraverso l’utilizzo dello strumento fiscale.

Ad esempio, la concessione di una detrazione fiscale di x per tutti gli utilizzatori privati che dimostrino di aver utilizzato per le loro esigenze abitative, produttive, commerciali, artigianali, legname proveniente dalle zone degli schianti.

Infine, la concessione di un credito d’imposta, di misura variabile, rapportato all’entità degli acquisti annuali, per tutti gli imprenditori che utilizzano contenitori di legno (proveniente dalle zone calamitate) per il trasporto dei loro rispettivi prodotti;

Aspetto faunistico:  la perdita del manto boschivo ha determinato l’apertura di ampie chiarie, con derivata minor protezione della fauna. Inoltre, la concentrazione dell’attività venatoria sulla residua superficie boscata, può determinare una ulteriore pressione venatoria. La proposta è quella di istituire, nelle zone degli schianti, tenuto conto della loro entità superficiaria, oasi di protezione a tenore dell’art. 6, lettera a), della L.P. 24/1991.-

 

Adriano Pellegrini – Presidente E.P.P.A.A.

 

Trento, 6 marzo 2019

 

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